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Rallegratevi ed esultate

ManifestoUnitario2016 17

Icona Biblica

Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.Vedendo le folle,

Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: 

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. 

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

( Matteo 4, 23 - 5, 12)

L’icona biblica scelta per questo anno associativo è un invito che Gesù rivolge a tutti i suoi discepoli, terminando l’annuncio delle beatitudini.

Rallegrarsi non è il frutto di una facile ottimismo, altrimenti rischieremmo di rientrare nella definizione che il commediografo inglese G. B. Shaw ha dato dell’ottimista: un imbecille contento.

Al contrario di un facile ottimismo Gesù invita a rallegrarsi nelle persecuzioni. Come è possibile vivere questo paradosso di gioire quando si è perseguitati?

Il verbo “rallegratevi” (nell’originale greco Kairete) che usa Matteo è lo stesso che l’evangelista Luca mette sulle labbra dell’angelo che annuncia a Maria la nascita di Gesù: la gioia nasce da un annuncio a cui si crede, la gioia è un atto di fede, di fiducia nell’opera di Dio.

“Rallegrarsi ed esultare” è il centro di un cammino di fede che Gesù chiede annunciando le beatitudini. Per comprendere questo annuncio bisogna tener presente che esso apre il “discorso della montagna”.

Gesù è il nuovo Mosè: egli, come Mosè sale sul monte, e come lui che aveva consegnato al popolo la legge dell’alleanza, consegna ai suoi discepoli la legge della “nuova” alleanza, anzi si fa egli stesso legge della “nuova” alleanza.

Le beatitudini indicano un cammino di fede da percorrere, che deve tenere insieme due dimensioni essenziali di essa. Gesù sul monte insegna e chiede ad ogni discepolo di rispondere al suo insegnamento con un atteggiamento interiore di fede e di far nascere da essa un impegno concreto di giustizia. Gesù chiede dunque una “fede creduta” e una “fede vissuta” che sia verifica della prima.  Ecco allora le due dimensioni della fede: accoglienza interiore e vita vissuta.

Gesù annuncia il regno di Dio

Gesù mostra con la sua presenza che il regno di Dio è vicino. «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». (Mt 3,2. 4,17)

Prima del discorso della montagna leggiamo nel vangelo di Matteo che «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando (kerigma) il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo». Il testo greco originale dice letteralmente che Gesù   è “insegnante”, “annunciante” e “guarente”. È nella sua persona che si realizza il regno di Dio.

Così afferma il biblista Dupont: «Gesù  manifesta nel comportamento verso tutti i diseredati della società palestinese del suo tempo: verso i poveri, verso i malati e gli infermi, verso gli ignoranti e i peccatori in quale spirito Dio intende esercitare la sua regalità».

Le beatitudini si inseriscono in questo annuncio del regno di Dio. Proclamando le beatitudini Gesù

invita ad entrare in una relazione personale, intima con lui. Come si può notare scorrendo le beatitudini Gesù passa da un invito rivolto a tutti “Beati…”  (Mt 5,3-10), ad un invito rivolto ad ognuno “Beati voi” (Mt 5,11).

Che il Signore cerchi una relazione personale, intima con ognuno lo testimoniano fra i tanti brani del vangelo le parabole della misericordia (Lc 15) che come tutte le parabole svelano “come è fatto Dio”.  La prima racconta di un pastore “folle” che lascia 99 pecore per andare in cerca di un’unica smarrita. La seconda di una donna premurosa che non attende il mattino per cercare la moneta perduta. E la terza di un Padre giusto che ha lo stesso atteggiamento di misericordia verso i  due figli: abbraccia il fratello minore e supplica il fratello maggiore. Le tre parabole raccontano l’amore unico, premuroso e misericordioso che Dio vive nei confronti di ogni uomo.

Tra gli episodi della vita di Gesù basti citare quello dell’emorroissa (Lc 8,43-48). “Chi mi ha toccato?” chiede Gesù.  Non è in cerca di consenso da parte della folla anonima, ma vuole dare un volto al suo gesto di guarigione. Accoglie la donna con un’espressione di tenero affetto, segno di una relazione personale: “Figlia la tua fede ti ha salvato. Va’ in pace”.

Proprio perché in lui si realizza il regno di Dio, Gesù si propone come modello di vita. Innanzitutto egli  quando insegna lo fa con autorità, “Avete inteso che fu detto…  ma io vi dico” (Mt 5,22 e altri), perché mostra di vivere ciò che insegna. La sua autorità è infatti riconosciuta dalle folle (Mt 7,29) che vedono in lui una forza derivante dalla sua coerenza di vita.

Alcune volte Gesù lo fa esplicitamente, come accade in Mt 11,29: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”.

Insomma è Gesù stesso che vive le beatitudini.

Così sintetizza Mansueto Bianchi: «Le Beatitudini ci raccontano Dio. Gesù è la prima persona beatitudinale e noi siamo chiamati a diventare persone beatitudinali: frammenti di beatitudine seminati nella storia. Gesù indica nella gioia delle beatitudini lo stile della missione. Egli stesso incarna e proclama questo stile».

(Lo schema alla fine propone alcuni testi del vangelo che annunciano come Gesù ha vissuto le beatitudini)

L’annuncio del Regno, che è annuncio delle beatitudini, è quello di una promessa che in Gesù si sta realizzando.

Il secondo termine delle beatitudini, il perché annunciato da Gesù vuol indicare una promessa già in atto. Nella condizione che tu vivi di povero, di mite, di misericordioso – dice Gesù – se ti apri alla fede puoi fare già esperienza della presenza di Dio. Puoi fare esperienza di un futuro  diverso a partire dalle novità dell’oggi (cosi è stato per l’esperienza di conversione di Paolo e di Pietro raccontata dagli Atti degli Apostoli), di un futuro definitivo, di un cielo nuovo e di una terra nuova.

In altre parole vivere la beatitudine è una chiamata a vivere la speranza, basata sulla promessa di un futuro migliore, ma a partire dal presente in cui sono presenti e leggibili i segni di Dio.

La speranza è alla base dell’impegno nel mondo, è il suo fondamento. Così afferma Mansueto Bianchi: «Vogliamo impegnarci a trasmettere la gioia che nasce dal nostro incontro con Cristo e dall’appartenenza alla Chiesa nella concretezza della comunità locale, per abbracciare sempre più uno stile di comunione. Non possiamo non raccontare la gioia che nasce dall’esperienza associativa come occasione per essere pienamente corresponsabili nella vita della Chiesa».

Gesù chiede di impegnarsi per il regno di Dio

Nel discorso della montagna Gesù chiede che al centro del cammino di fede di ogni discepolo ci sia la ricerca del regno di Dio: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33). Gesù dà questo comando dopo aver parlato delle “pratiche religiose” del suo tempo: elemosina preghiera e digiuno. Ciò indica che la ricerca deve essere pratica, concreta non “devozionale”.

Inoltre la congiunzione che unisce regno di Dio e giustizia dice, nel linguaggio biblico, che il regno di Dio si identifica con la giustizia. Non c’è regno di Dio se non c’è giustizia. E cosa Gesù intenda per giustizia lo si comprende quando racconta la parabola del giudizio finale (Mt 25,31-46): la giustizia è attenzione al bisogno dell’altro. È nel mettersi concretamente a servizio del bisognoso che si fa esperienza della presenza di Cristo.

Vivere la beatitudine è in definitiva credere alla presenza di Cristo nel mondo e sperimentarla vivendo la carità.

Un aspetto fondamentale dell’annuncio delle beatitudini è il riferimento alla vita eterna: “grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,11). La speranza e l’impegno a cui essa chiama sono fondati su un orizzonte ultimo, definitivo perché è la promessa di vita oltre la morte che dà senso a questa vita. Così afferma la Gaudium et Spes (21): «La chiesa insegna che la speranza escatologica non diminuisce l'importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno della attuazione di essi. Al contrario, invece, se manca il fondamento divino e la speranza della vita eterna, la dignità umana viene lesa in maniera assai grave, come si costata spesso al giorno d'oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione». E al n 39 dal titolo Terra nuova e cielo nuovo: «Tuttavia l'attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l'umana società, è di grande importanza per il regno di Dio. Ed infatti quei valori, quali la dignità dell'uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre « il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace » (Messale romano, prefazio della festa di Cristo Re). Qui sulla terra il regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione».

Infine un’altra dimensione delle beatitudini che Gesù annuncia è quella comunitaria.  Gesù usa il voi, parla alla comunità cristiana.

In questa luce della ricerca comune del regno di Dio il percorso assembleare va vissuto come un sentirsi chiamati non solo singolarmente ma comunitariamente da Gesù.  Il Regno di Dio rimanda alla concretezza: come ogni regno, implica l'organizzazione, il regno è anche struttura. La Lumen Gentium afferma che la Chiesa, per analogia all’incarnazione di Gesù, ha bisogno di una struttura. Quindi è la carne di Cristo, il suo corpo che necessita di una struttura rappresentativa al servizio della comunione. Se non c’è una struttura concreta il “voi” rischia di diventare generico se non astratto.

Il percorso assembleare che porterà alle votazioni, momento più alto della democraticità dell’AC, e all’elezione dei nuovi Consigli parrocchiali e del nuovo Consiglio diocesano, va vissuto alla luce di questa “spiritualità del regno”. Il “voi” a cui si rivolge Gesù ha il nome di ogni aderente AC. Il voto che ognuno esprimerà,  atto di fiducia e di conseguenza di comunione con coloro che saranno chiamati al servizio della AC parrocchiale e diocesana, è parte della costruzione del regno.

“Rallegrarsi ed esultare” è  entrare in una relazione intima, profonda con Gesù, è essere “innamorati di Cristo”, appassionati costruttori del regno di Dio. Così traspare nella preghiera che Paolo VI aveva scritto quando era vescovo di Milano:

O Cristo, nostro unico Mediatore,

Tu ci sei necessario:
per vivere in Comunione con Dio Padre;
per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi;
per essere rigenerati nello Spirito Santo.

Tu ci sei necessario,
o solo vero Maestro delle verità recondite e indispensabili della vita,
per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.

Tu ci sei necessario, o Redentore nostro,
per scoprire la nostra miseria e per guarirla;
per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità;
per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.

Tu ci sei necessario, o Fratello primogenito del genere umano,
per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini,
i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.

Tu ci sei necessario, o grande Paziente dei nostri dolori,
per conoscere il senso della sofferenza
e per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.

Tu ci sei necessario, o Vincitore della morte, (cfr. 1Cor 15, 54-55)
per liberarci dalla disperazione e dalla negazione,
e per avere certezze che non tradiscono in eterno.

Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio-con-noi, (Mt 1,23)
per imparare l'amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità,
lungo il cammino della nostra vita faticosa,
fino all'incontro finale con Te amato, con Te atteso,
con Te benedetto nei secoli.

Amen

Card. Montini, Omnia nobis est Christus, Lettera pastorale alla Diocesi di Milano, 1955


Schema

Gesù e le beatitudini

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Gesù affida tutto ciò che opera, tutta la sua vita, al Padre ( Mt 14,13-21 e // moltiplicazione dei pani; Lc 23,46 Il grido in croce)

                Rivolge gli occhi al cielo, sa che il Padre può intervenire

                “Nelle tue mani”

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

                Gesù piange su Gerusalemme (Lc 19,41)

Gesù piange la morte dell’amico Lazzaro e prega il Padre (Gv 11,35.41)

                              

Lc 19,42 «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace.

Gesù soffre perché Dio non è amato, il suo amore non è ricambiato (S. Francesco)

Il pianto esprime la massima vicinanza all’uomo = si fa carico della sua fragilità di cui la morte è il segno estremo

                La preghiera pone nelle mani di Dio questa fragilità

                Solidarizzare con il sofferente e portare a Dio il suo dolore

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.

                Gesù è il servo sofferente che non reagisce con rabbia ma interroga la coscienza  (Is 53 1Pt 2,23 ; Gv 18,23 Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?»).

                Come agnello mansueto

1Pt oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia.

La mitezza è amore per la verità, non semplice sopportazione

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Gesù denuncia le ingiustizie presenti nel mondo  (Mt 23,13ss “guai a voi, scribi e farisei” e Lc 6,24ss  “guai a voi ricchi…”)

                La fame e la sete sono bisogni primari, irrinunciabili, altrimenti non si vive

                L’ingiustizia è tutto ciò che chiude nell’egoismo (ricchi sazi, ipocriti…)

                Gesù è profeta: la denuncia parte da questo e si rivolge all’ambiente religioso politico sociale

                Gesù caccia i mercanti da Tempio

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

                Gesù non condanna, ma offre la comunione all’altro (Gv 8,10 L’adultera)

Rimasero solo Gesù e la peccatrice “io non ti condanno”

Misericordia è essere vicini a chi ha sbagliato e offrire il riscatto, credere nell’uomo, al suo cambiamento, è il più grande atto di speranza

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Gesù non cerca il successo, ma fa la volontà del Padre (Gv 6,15 “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo”; Mt 26,36- e //  Il Getsèmani)

Gesù fugge il successo = il risultato immediato, il consenso, il potere che da esso deriva  -> Gratuità

                Vive l’angoscia = la dimensione più profonda del proprio io (dove non ci sono maschere) e la supera in un atto di fede

                Vedranno Dio perché non ci sono appunto maschere

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

                Gesù annuncia la verità rinunciando alla violenza (Mt 26,51-53 “tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada” )

Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli = La logica nuova del Regno, vince l’istinto della violenza = ha la pace nel cuore

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

                Gesù denuncia il potere e viene condannato ingiustamente (Gv 18 – 19 Il processo a Gesù)

                Cammino di solitudine sostenuto dal Padre