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Tutto quanto aveva per vivere

ac manifesto 2017 18

Tutto quanto aveva per vivere

Lectio a cura di don Giuseppe Rinaldi, assistente diocesano unitario

 

38Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Mc 12, 38-44

 

Vorrei fare tre passi per riflettere su l’icona biblica che ci viene proposta quest’anno.

Un primo passo riguarderà la scelta della prospettiva secondo la quale leggere il vangelo. Ve ne sono diverse possibili: una è quella che papa Francesco ci sta continuamente indicando (nella Evangelii Gaudium e nella Amoris Laetitia), che è quella del discernimento

Così si esprime in AL227: «la Parola di Dio è fonte di vita e spiritualità per la famiglia. Tutta la pastorale familiare dovrà lasciarsi modellare interiormente e formare i membri della Chiesa domestica mediante la lettura orante e ecclesiale della Sacra Scrittura. La Parola di Dio non solo è una buona novella per la vita privata delle persone, ma anche un criterio di giudizio e una luce per il discernimento delle diverse sfide con cui si confrontano i coniugi e le famiglie». (papa Francesco cita  Relatio Synodi 2014, 34).

Il discernimento ha inizio a partire dalla Parola di Dio, che è sua fonte e luce. Discernimento – secondo EG - è riconoscere, alla luce dello Spirito, quell’«“appello”, che Dio fa risuonare nella stessa situazione storica: anche in essa e attraverso di essa Dio chiama il credente». (154)

Un secondo passo sarà quello di scoprire come Gesù opera il discernimento, ossia come Egli diventa voce dell’appello di Dio.

Ed infine il terzo passo sarà quello di cogliere le indicazioni per un discernimento da vivere nel nostro oggi: qual è l’appello che risuona per noi, per la nostra spiritualità quotidiana e come accogliere questo appello.

 

1) Il discernimento

Giovanni XXIII nella Mater et Magistra (217-218) indica tre verbi che caratterizzano il percorso del discernimento, tre verbi che l’AC ha fatto suoi.

«Nel tradurre in termini di concretezza i principi e le direttive sociali, si passa di solito attraverso tre momenti: rilevazione delle situazioni; valutazione di esse nella luce di quei principi e di quelle direttive; ricerca e determinazione di quello che si può e si deve fare per tradurre quei principi e quelle direttive nelle situazioni, secondo modi e gradi che le stesse situazioni consentono o reclamano. Sono i tre momenti che si sogliono esprimere nei tre termini: vedere, giudicare, agire.

È quanto mai opportuno che i giovani siano invitati spesso a ripensare quei tre momenti e, per quanto è possibile, a tradurli in pratica; cosi le cognizioni apprese e assimilate non rimangono in essi idee astratte, ma li rendono praticamente idonei a tradurre nella realtà concreta principi e direttive sociali».

Il papa sta illustrando la Dottrina sociale della Chiesa. Ma poiché essa è fondamentalmente una riflessione sulla spiritualità cristiana, sul modo di essere cristiani nel mondo, ha a che fare con la vita interiore, intima, profonda, con l’identità stessa del cristiano e dunque i tre verbi che il papa propone individuano il percorso da fare in ogni discernimento.

La domanda che ogni discepolo di Gesù deve porsi nelle situazioni in cui si trova e che sta alla base del discernimento è: Come vivo la mia identità di cristiano?

In questo episodio Gesù dà un insegnamento sull’identità stessa del discepolo. Infatti l’espressione “In verità vi dico” (“Amen vi dico” secondo il testo originale)  introduce un insegnamento di grande autorità, cioè che riguarda il modo di vivere la fede. In altre parole Gesù vuole indicare non semplicemente quale sia il modo giusto di comportarsi del cristiano, ma quale sia la fede autentica.

Solo attraverso una fede autentica il cristiano può realizza la propria identità: ecco la preoccupazione più profonda dell’insegnamento di Gesù.

 

2) Il discernimento di Gesù

Questo episodio del vangelo ci mostra come anche Gesù fa un percorso di discernimento.

Gesù “osservava”, il verbo imperfetto indica un’azione continua, che si prolunga, e dunque un cammino di riflessione. Secondo il testo originale Gesù “teorizzava”: il suo “vedere” è non una osservazione neutra, ma la ricerca di una comprensione profonda. Gesù ci insegna che “vedere” vuol dire interrogarsi sul senso di ciò che accade. Ed è proprio a partire dal senso del Tempio, ben chiaro a Gesù, che egli agisce e compie gesti profetici. Quando con i discepoli giunge a Gerusalemme (cf. Mc 11,15) entra nel Tempio, scaccia i mercanti (ecco un gesto profetico) e insegna, richiamando il profeta Isaia (Is 56,7): «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni?» (Mc 11,17).

Il Tempio è casa di preghiera, è il luogo della relazione con Dio. La  preghiera, relazione intima con Dio, è lo spazio in cui l’uomo deve riscoprire la dimensione della gratuità di Dio. Per questo la reazione di Gesù è dura non soltanto per le ruberie, ma perché non si può mercanteggiare con Dio, non si possono fare calcoli, il proprio rapporto con Dio deve essere vissuto all’insegna del dono gratuito. Ed è in questa luce che egli, successivamente, oppone il comportamento degli scribi a quello della vedova. La questione allora diventa agli occhi di Gesù non quanto dai al Tempio, ma qual è la tua relazione con Dio.

Ecco allora il giudizio di Gesù. Esso innanzitutto è libero da pregiudizi, può essere negativo o positivo. Gesù ha appena lodato uno scriba (cf Mc 12,34). Anzi proprio in quel dialogo ha richiamato il “criterio fondamentale” di ogni giudizio: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi» (Mc 12,29-31).

Il “criterio fondamentale” è un criterio teologico: Dio è unità e ti offre la sua comunione. È questa la corretta interpretazione: il Dio uno, non è un’espressione matematica, ma comunione che ti accoglie. Il motivo per amare Dio è la comunione che da Lui viene offerta all’uomo. In altre parole Dio che è unità, vuole essere totalmente unito a te, per questo lo amerai.

In questa luce la parola chiave è “tutto”. Chi si offre totalmente a te ti chiede una risposta senza riserve, “totale”: quella appunto della vedova. Ella “a partire dalla sua miseria” (e non come nella traduzione italiana “nella sua miseria”) dà tutto, “tutta la sua vita” (come il testo greco recita Mc 12,44). Gesù dà priorità non alla possibilità di mezzi, ma all’atteggiamento interiore. È La disponibilità totale a Dio il corretto atteggiamento nei suoi confronti.

Al giudizio Gesù fa seguire un annuncio profetico: mentre i suoi discepoli lo invitano ad ammirare la bellezza del Tempio egli ne annuncia la distruzione e così invita ad un ulteriore superamento: Se il criterio dell’agire cristiano è la comunione con Dio allora il Tempio non è più necessario. È la comunità dei credenti che deve diventare Tempio di Dio.

«Gesù, insomma, si dimostra affezionato al Tempio come casa di preghiera, ma proprio per questo lo vuole purificare da usanze improprie, anzi, vuole rivelarne il significato più profondo, legato al compimento del suo stesso mistero, il mistero della sua morte e risurrezione, nella quale Egli stesso diventa il nuovo e definitivo Tempio, il luogo dove si incontrano Dio e l'uomo, il creatore e la sua creatura. Guardate bene che cosa fa quella vedova, perché il suo atto contiene un grande insegnamento. Esso, infatti, esprime la caratteristica fondamentale di coloro che sono le "pietre vive" di questo nuovo Tempio, cioè il dono completo di sé al Signore e al prossimo. La vedova del Vangelo, dà tutto, dà se stessa, e si mette nelle mani di Dio, per gli altri. È questo il significato perenne dell'offerta della vedova povera, che Gesù esalta perché ha dato più dei ricchi, i quali offrono parte del loro superfluo, mentre lei ha dato tutto ciò che aveva per vivere (cfr. Marco 12, 44), e così ha dato se stessa».

Queste parole di Benedetto XVI, commento al nostro brano evangelico,  ci aprono alla prospettiva ultima del discernimento cristiano: la croce e resurrezione  di Cristo. Il crocifisso stende le sue braccia in offerta di comunione e mostra l’abbraccio di Dio per il mondo. La vedova annuncia profeticamente il Cristo ed in questo senso è icona: ci indica attraverso la sua offerta totale l’amore totale di Cristo.

 

3) Il discernimento per noi

Alla luce di queste considerazioni quali indicazioni possiamo ricavare per noi? Qual è il significato dell’accoglienza, tema di quest’anno pastorale?

Direi che di fronte a tutte le situazioni e le relazioni che si presentano siamo chiamati a vivere l’accoglienza esercitando il discernimento secondo il suo criterio fondamentale che posto in termini di domanda è: come rispondiamo alla comunione che Dio ci offre? Viviamo la radicalità del “tutto”, come ha fatto la vedova del vangelo? Siamo consapevoli che il nostro riferimento è il Cristo crocifisso?

Il discernimento chiama a coniugare radicalità e concretezza. È quanto sembra apparire dalle parole della Mater e Magistra prima citate. Giovanni XXIII invita alla concretezza e poi si rivolge ai giovani. E come se volesse dire: “Voi giovani aiutateci a essere radicali e noi possiamo aiutarvi a essere concreti”.

Radicalità e concretezza impongono di fare una considerazione netta: sono cristiano se accolgo l’altro (altrimenti tradisco la mia identità) e successivamente mi chiedo come accoglierlo responsabilmente. 

In conclusione vorrei richiamare le parole del Progetto formativo sulla responsabilità che ben sintetizzano la riflessione svolta:

«Dio ci vuole responsabili della città degli uomini, cioè del contesto umano e organizzato di cui siamo parte, che ci è dato come dono e come compito. Essere cittadini significa conoscere e comprendere il nostro tempo, nella sua complessità, cogliendo significati e rischi insiti nelle trasformazioni sociali, economiche e politiche in atto, assumendo l’atteggiamento di chi queste trasformazioni non si limita a rifiutarle o a celebrarle in maniera acritica, ma le affronta come frutto del proprio tempo, ponendosi in esse e lavorando per indirizzarne gli sviluppi; coniugando la capacità di pensiero critico nel giudicare con l’integrità etica nell’agire, ma accettando anche con serenità il rischio delle scelte storicamente situate, nella consapevolezza della parzialità del bene che l’uomo è capace di realizzare» (4.2).

 

Lectio