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Tutto quanto aveva per vivere

ac manifesto 2017 18

Convegno di Firenze. Un passo ulteriore nel cammino di comunione.

logodi Luca Iorio*

“Un cammino di comunione anzitutto con Dio padre e con il suo figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo e quindi di comunione tra noi nell’unità dell’unico corpo di Cristo”. Con queste parole, l’allora Pontefice Benedetto XVI si rivolgeva ai partecipanti all’ultimo convegno ecclesiale tenutosi a Verona nel 2006 dal titolo Testimoni Di Gesù Risorto Speranza Del Mondo. Parole che oggi, a quasi dieci anni di distanza, con gli occhi puntati a Firenze sembrano profetiche. Benedetto XVI spiegava in maniera semplice quella che era l’idea e il fine di un convegno ecclesiale quale momento di comunione. Appuntamento nel quale, a partire dal Vaticano II e con cadenza decennale, la Chiesa italiana si incontra per lavorare insieme, in gruppi e in plenaria, su un tema scelto di volta in volta sulla base delle questioni sociali e culturali sentite come più urgenti e in sintonia con gli Orientamenti pastorali per il decennio in cui il convegno si colloca.

Profetiche, le parole del Papa emerito, se inserite in quello che è oggi il contesto nel quale si muove e vive la Chiesa italiana sempre più alla ricerca di quell’unità nell’unico corpo di Cristo. Unità, messa oggi in discussione dagli standard di un mondo che cambia e che forse non ha più spazio per il Risorto. Una comunione troppo spesso minata in quelle membra di cui l’apostolo Paolo parla nella sua prima lettera ai Corinzi quando afferma « […]se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1Cor 12,26).
In quest’ottica di una Chiesa in uscita, ma soprattutto in movimento e non più ferma ad aspettare quei fedeli che vivono in un mondo che non ha più tempo, arriva forte e attuale al convegno l’invito che Papa Francesco fa nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium al n.24 con i cinque verbi che fanno da cornice anche al convegno di Firenze: «prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare». Verbi che fanno da monito a quella «Chiesa che è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1).
Di fronte all’attuale contesto in cui viviamo, comprendiamo allora ancora di più l’urgenza e la necessità, come Chiesa, di porci in dialogo ancor prima che in ascolto in un mondo che cambia e che non ha più al centro del suo essere l’uomo come persona. Da qui è rivelatrice la scelta del titolo: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Proprio quell’umanesimo che ha segnato il passaggio dal Medioevo alla Modernità e che ha aperto a nuove scoperte tecnologiche oggi sembra imprigionare l’uomo che volendo superare limiti invalicabili corre il rischio di lasciarsi dietro quell’umanità a vantaggio di una autoreferenzialità morale e economica.
Pare necessario dunque, fare un passo indietro anche solo per rivedere le orme lasciate da un cammino che ha inizio con Giovanni XXIII e Paolo VI e che porterà, dieci anni dopo la chiusura del Vaticano II, al primo convegno ecclesiale tenutosi a Roma nel 1976.
Evangelizzazione e promozione umana, i temi curati in quell’occasione. Temi che venivano fuori da un paese che andava man mano già più scristianizzandosi dove però era forte il senso del lavoro e della giustizia sociale. Per tali motivi si premeva sempre più perché i cristiani si impegnassero in politica. Per quanto riguarda la risposta del convegno alle sfide del tempo, emblematica fu una frase presente nella sintesi dei lavori dell’ultimo giorno. “Una Chiesa in ricerca, in servizio, in crescita”.
Non meno importanti gli altri due convegni: Loreto 1985 (Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini), Palermo 1995 (Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia). Da sottolineare, la presenza dell’allora Pontefice, oggi santo, Giovanni Paolo II. Era chiaro ormai per la Chiesa, e ancor di più per Giovanni Paolo II, dopo più di venti anni dal concilio Vaticano II, il ruolo e l’importanza dei laici in tale contesto. Il papa infatti, in occasione del discorso all’assemblea di Loreto ebbe ad affermare che «Per promuovere la comunione ecclesiale e la capacità di presenza apostolica della Chiesa appare molto significativa e carica di promesse la grande varietà e vivacità di aggregazioni e movimenti, soprattutto laicali, che caratterizza l’attuale periodo post-conciliare».
Significativa per quei periodi storici è stata la scelta, di volta in volta, delle città ospitanti i Convegni. Palermo – non a caso fu scelta nel 1995 – fu luogo dove cominciò a farsi più evidente quella necessità di ritornare all’essenziale. Parlare di carità e di Vangelo in un luogo che pochi anni prima aveva visto morire persone come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, e non ultimo don Pino Puglisi, fu scelta coraggiosa e segno di presenza. La Chiesa italiana faceva sentire la propria voce, che altro non era che quell’annuncio di Gesù, Dio incarnato, morto e risorto. Forti le parole del Santo Padre che già 18 anni prima dell’EG (e questo deve farci capire come Francesco ci riporti sempre più alla RISCOPERTA dell’annuncio cristiano) parlava ai convegnisti dicendo: “Il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione”, continuando: “È necessario dunque operare per una società più aperta, che dia maggiori opportunità ai giovani - in particolare alle giovani famiglie -, e al contempo li stimoli a più forti assunzioni di responsabilità; una società che non disperda le sue risorse né le consumi anzitempo, che sia meglio rispettosa della dignità della donna e valorizzi il "genio" suo proprio nei diversi ambiti della vita civile”.
È adesso, forse, più chiaro e definito il valore che ha un convegno ecclesiale: segno vivo della Chiesa italiana presente e impegnata sul suo territorio nazionale e pronta a rispondere alle sfide e alle esigenze che in questo tempo storico sono più impellenti che mai.
Risposta che, se anche non del tutto ovvia per i non addetti ai lavori, troviamo già nel titolo attribuito al convegno. È nella natura stessa di Dio, ancora di più presente con l’incarnazione di Cristo, il naturale legame tra Lui e l’uomo. Cristo che «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana» (Fil 2,7) ci aiuta a rileggere l’umanesimo in una chiave di lettura completamente diversa. La novità del Cattolicesimo è in un Dio che si fa uomo in contrapposizione a quella che è l’idea moderna dell’uomo che vuole farsi Dio. Con Cristo è possibile riscoprire e rileggere quella diversa, e forse più bella, realtà umana che è propria di un uomo che raggiunge pienezza, un uomo che non ha desiderio di Dio, se non nella relazione con l’altro, un uomo che si scopre figlio, fratello e dunque a immagine dell’unico Padre.

*vice responsabile Acr - Diocesi di Aversa