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Tutto quanto aveva per vivere

ac manifesto 2017 18

Misericordia per la casa comune e i suoi abitanti

del pizzoLa tanto attesa enciclica sull’ambiente è ormai tra le mani di tutti con il suo ricco, intenso e “scomodo” – per i poteri forti – messaggio che ha suscitato un vero e proprio clamore mediatico e forse, anche, ecclesiale. Ma l’argomento è di per sé sostanziale alla dottrina cristiana oltre che tipico della tradizione ecclesiale, che si sofferma sin dal principio sull’ambiente quale luogo da abitare e custodire in nome di Dio.

In termini politici la teologia ridefinisce il concetto stesso di dominio – fin troppo spesso inteso nelle forme di saccheggio e depredazione – trasformandolo in custodia, salvaguardia e cura.
L’enciclica in questi termini si propone quasi come un “prontuario” che aiuti a rivedere e rimodellare i propri stili di vita, richiamando ciascuno a costruire comunitariamente e responsabilmente poleis in cui l’essere umano, creato a immagine somigliantissima di Dio, viva dignitosamente la sua esistenza e divenga custode di tutte le altre forme viventi e della biosfera nel suo insieme.

Il concetto di bene comune, tanto evocato e richiamato ad ogni latitudine del panorama socio-politico, con l’enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune assume una fisionomia ben precisa: quello di casa, uno spazio ed un tempo che ci appartengono concretamente e richiedono impegno e responsabilità reciproca. La domanda è: chi non ha cura della propria casa? Ancora chi cristianamente può godere della propria casa senza preoccuparsi di quella di chi è affianco? In termini universali, chi può esimersi dalla cura di quella casa che chiamiamo terra? La citazione del cantico di frate Francesco all’esordio dell’Enciclica ci ricorda che la casa comune è una «sorella con la quale condividiamo l’esistenza, una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia». Si configura, così, una ecologia umana, che è principalmente una ecologia delle relazioni, che sempre più dovrebbero essere “governate” da solidarietà e misericordia, con la tenacia di voler affermare che, anche, l’economia, che depreda l’universo, può essere sottratta alla logica del profitto e ritornare al servizio dell’uomo. L’essere umano, in un contesto ecologico integrale, preserva se stesso nella misura in cui difende la sua dignità, che non può prescindere dalla custodia e dalla cura di ciò che è messo nella sua disponibilità di fruizione (non di abuso), che non è cedere alle leggi di una tecnocrazia esasperata.
La logica dell’abuso è quella da combattere e sconfiggere: è quanto mai significativo che Francesco ai 50 sindaci delle grandi città del mondo, a conclusione dell’incontro del 22 luglio, promosso dalle pontificie accademie delle scienze e delle scienze sociali sulle moderne schiavitù e i mutamenti climatici, interconnetta la lotta al riscaldamento globale (i primi sei mesi del 2015 sono stati i più caldi, battendo tutti i record precedenti) al problema dell’esclusione sociale “nelle forme estreme di povertà radicale, moderna schiavitù e traffico di esseri umani” soffermandosi su quelle che definisce “pericolose migrazioni forzate” o ancora sui lavori forzati, sulla prostituzione, il traffico d’organi e la “schiavitù domestica”.
L’enciclica di papa Francesco, può essere considerata una sorta di compendio (il riferimento ai pontificati precedenti è costante e puntuale come a tutti i documenti della Chiesa), questa volta però rivolto non solo al cattolicesimo, ma alla cristianità in generale, a tutti gli uomini di buona volontà. C’è un lessico ecumenico da tutti comprensibile e decifrabile, nonché condivisibile, ma che è già ben evidente, come sottolinea lo stesso pontefice, nella Dottrina Sociale della Chiesa.
Al n. 481 del Compendio si legge «anche nel campo dell’ecologia la dottrina sociale invita a tener presente che i beni della terra sono stati creati da Dio per essere sapientemente usati da tutti: tali beni vanno equamente condivisi, secondo giustizia e carità. Si tratta essenzialmente di impedire l’ingiustizia di un accaparramento delle risorse: l’avidità, sia essa individuale o collettiva, è contraria all'ordine della creazione. Gli attuali problemi ecologici, di carattere planetario, possono essere affrontati efficacemente solo grazie ad una cooperazione internazionale capace di garantire un maggiore coordinamento sull'uso delle risorse della terra». Ma ciò che risulta chiara è la connessione profonda tra ecologia ambientale ed “ecologia umana”, che si rende particolarmente evidente laddove si pensa all’impresa ed al lavoro quale fonte di dignità, come ambienti solidali non chiusi da interessi corporativi, ma protesi verso una “ecologia sociale” del lavoro, appunto (cf. CDSC, 340). Ecco perché il papa, ancora ai sindaci, ricorda che la Laudato si’ non è una enciclica “verde”, ma una enciclica “sociale”.
Lavoro e ambiente: ferite sanguinanti di un territorio martoriato dalla disoccupazione e dalla piaga dei rifiuti tossici, che hanno trasformato la nostra terra laboris in terra dei fuochi, in terra di loschi traffici controllati dal malaffare e dalla criminalità organizzata. Una terra di “morte” da cui sale il grido di tanta gente operosa, onesta e di buona volontà, il grido dei pastori della Campania ed in particolare del nostro Arcivescovo Cardinale Sepe «fate presto, sentiamo il dovere di dire a quanti hanno ruolo, responsabilità e autorità di intervenire e decidere per frenare il dilagare di timore, di paura e di mali». È vero la Laudato si’, come afferma ancora Sepe, è “acqua che disseta” (si legga, in tal senso, l’ultima lettera pastorale “dare da bere agli assetati”), quasi, una terapia per tornare a quella normalità, di cui si ha bisogno: l’ecologia integrale, che è educazione al rispetto reciproco e del creato e di ogni creatura secondo uno stile, corresponsabile, solidale e misericordioso, è nell’intima natura di ogni uomo, che intenda lasciare ai propri figli un mondo ancora abitabile.
Ancor più la lettera inviata il 20 luglio da mons. Spinillo, vescovo di Aversa (tra i territori più martoriati), al presidente della Regione Campania, è un invito a “ricostruire la città” sottraendola a logiche malavitose, che continuano ad inquinare le relazioni sociali ed i nostri territori, lucrando, appunto, sul futuro di bambini e giovani!
E da un punto di vista prettamente politico, come Stato e Regione rispondono alla Corte europea di giustizia, che nei giorni scorsi ha condannato l’Italia al pagamento di una multa di 20 milioni di euro per il mancato adeguamento alle regole Ue del sistema di raccolta e gestione dei rifiuti in Campania? Sarebbe pure da chiedersi da un punto di vista civico: come intendiamo noi cittadini reagire a tutto questo?
Ci sia l’impegno alla denuncia, ma anche la conversione personale, politica, ecclesiale, pastorale e civile: non sia, proprio, quella ecologica, una questione di “moda”, ma un problema di coscienza, appunto, comune, poiché come scrive Benedetto XVI nella Caritas in Veritate al n. 51 «il degrado della natura è strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana».