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Tutto quanto aveva per vivere

ac manifesto 2017 18

Un dialogo che continua tra Ac e carcere...

cop di Antonio Spagnoli

«Per un po’ di droga mi sono rovinato la vita!», dice Daniele, con grande amarezza e abbassando lo sguardo come chi prova vergogna e dolore per ciò che dice. Ha 27 anni e da pochi mesi è a Poggioreale, nel reparto Roma. «Mia moglie, dopo l’arresto, ha deciso di lasciarmi: dice che non ce la fa più a lottare anche per me e contro la mia schiavitù», continua Daniele. «Mi mancano terribilmente lei e mia figlia di quattro anni. Non le vedo da quando mi hanno portato in carcere, e chissà quando le rivedrò. Certo, non le rivedrò almeno fino a quando non mi libereranno.»

Nessuno si permette di interrompere Daniele. Tutti ascoltano in silenzio e sembra che ne condividano il dolore e anche la vergogna. Perché ognuno sa di avere la propria dose di responsabilità per ciò che gli è accaduto.

 

L’aria, ora, si è fatta pesante. È difficile per gli altri, dopo queste parole cariche di dolore, dire qualcosa. Li incoraggio, li invito a intervenire, a dire qualcosa in riposta ai giovani e ai ragazzi di Ac che ci hanno scritto dalle parrocchie e dei quali abbiamo letto i testi. Anche a Pasqua, come a Natale, tanti giovani amici hanno mandato gli auguri ai detenuti. Sono arrivati dai duecento ai trecento biglietti scritti a mano. Parole semplici, affettuose, di speranza. Parole che, per chi è recluso qui a Poggioreale, danno forza e una carica in più per affrontare questo calvario. È come un dialogo che continua. Stavolta, in molti biglietti, i ragazzi e i giovanissimi riprendono i temi di cui i detenuti, a loro volta, a Natale avevano scritto in risposta agli auguri ricevuti.

«Oggi compio vent’anni», dice Antonio, «e sono qui, solo, in questo luogo terribile, assurdo… c’è da impazzire…Vorrei dire ai ragazzi e ai giovani che ci hanno scritto di non guardare ai soldi, di non rincorrere la ricchezza, anche quando appare facile da raggiungere, di non perdersi nelle scommesse e nel gioco d’azzardo e di non avvicinarsi a queste schifezze: alcol, spinelli, cocaina,…».

«Chi ha una famiglia», irrompe Franco nella discussione, «deve riconoscere che è quella la cosa più bella che ha: io, la mia, l’ho distrutta a causa del bere…».

Daniele, poi, alza lo sguardo, che ha tenuto basso a lungo, e pensando ora ai ragazzi e ai giovani che hanno inviato gli auguri e scritto parole di speranza e incoraggiamento anche per lui, riprende a parlare.

«Vorrei dire a quei giovani», dice, «che non devono fare sciocchezze: io ho iniziato per gioco, con gli amici, da giovanissimo. Poi è stata una escalation. Dallo spinello alla roba più pesante e schifosa il passo è stato breve. “Smetto quando voglio”, dicevo, e invece? Invece, ora ammetto di esserne schiavo e di distruggere tutte le cose belle che ho. La famiglia, per prima…».

«Ecco, perché, è necessario riconoscere che abbiamo tutti bisogno di Dio, di affidargli la nostra vita», dico a Daniele, a me stesso e a tutti i presenti all’incontro del gruppo di formazione cristiana in carcere. Poi aggiungo: «Un monaco del ‘900, Carlo Carretto, che ho avuto la fortuna e la gioia di incontrare più volte quand’ero giovane, in un suo libro, L’utopia che ha il potere di salvarti, scrive proprio questo.»

«Non spaventarti quando ti senti povero, quando sei debole, quando senti di non farcela», si legge nel libro di Carlo Carretto. «È il momento di cercare Lui per appoggiarti a Lui. Da solo non riuscirai a vincere; con Lui ce la farai. Io te lo posso assicurare. Io ho sperimentato che non c’è difficoltà che Dio non possa superare. A chi crede tutto è possibile, perché Dio è il Dio dell’impossibile. (…) Sì, credilo: tu da solo puoi niente, tu più Dio puoi tutto.»

Gli sguardi di tutti si fanno più attenti, gli interventi più sereni, una prospettiva futura più positiva, segnata dalla speranza, si fa strada.

Poi si fa ora di concludere il nostro incontro con la preghiera. E nella preghiera, come ormai facciamo da tempo, ricordiamo al Signore la Chiesa e papa Francesco, perché lo sostenga nella sua missione; preghiamo per le nostre famiglie, in particolare per quelle dei detenuti presenti, le quali spesso soffrono più dei loro congiunti in carcere; preghiamo per le persone alle quali abbiamo fatto del male, anche se non sempre ce ne siamo resi conto subito; preghiamo per il vescovo Mansueto Bianchi e per chi, come lui, in questo momento affronta le sofferenze di una malattia anche grave. Infine ricordiamo al Signore i ragazzi e i giovani che ci hanno scritto e ci sono vicini e per i loro educatori. Prima di salutarci ci impegniamo a pregare ogni giorno gli uni per gli altri e per le persone per cui abbiamo pregato ora.

Antonio, dall’altro lato del tavolo, ora accenna un sorriso e dice di sperare di andare al più presto in una comunità di recupero per tossicodipendenti. È ciò di cui ha bisogno. Tenerlo chiuso qui, aspettando solo che passi il tempo della pena da scontare, e non affidarlo a chi può curarlo e aiutarlo a guarire, appare semplicemente assurdo e insensato, se non addirittura delittuoso. La sua e la nostra gioia è stata grande, quando, il 27 aprile scorso, durante l’incontro del gruppo è venuto a salutarci perché, finalmente, la sua richiesta era stata accolta ed era in partenza per una comunità di recupero. «Grazie a voi e grazie a Dio», ha detto, mentre ci abbracciava visibilmente commosso, «perché il Signore ha accolto le nostre preghiere.»