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Tutto quanto aveva per vivere

ac manifesto 2017 18

Non servono galantuomini

Capp Visitazione SGMdi Antonio del Puente – Antonella Esposito*

 

Le parole che il Papa ha rivolto agli ammalati e a chi li assiste, nella Chiesa del Gesù durante la sua visita a Napoli (1), racchiudono un messaggio decisivo non solo per la nostra Diocesi, ma per il nostro essere cristiani oggi. Esse possono aprire un dialogo fecondo di gioia per la nostra vita, contro la tristezza e il lamento che sembrano prendere il sopravvento.

 

 

 

Sono bisognoso.
Papa Francesco ha iniziato con una osservazione che è una sorprendente sferzata: “andare a trovare un ammalato è andare a trovare la propria malattia, avere il coraggio di dire a se stesso: anche io sono un ammalato spirituale”. Sono bisognoso. In un clima di pensiero nel quale ci si fa punto d’onore di essere autosufficiente, questa espressione “sono bisognoso” ci fa ritrarre quasi offesi. Eppure se solo per un istante aprissimo gli occhi alla evidenza, ci renderemmo conto che questo scoprirsi “bisognosi” non è una maledizione, ma è il segno della nostra nobiltà. Non siamo soli e orfani, siamo esseri relazionali, bisognosi di una relazione, siamo figli! E c’è un padre che ci ama. Che grandezza in questo riconoscersi bisognosi di amore, di cura. E invece che ultimo smarrimento nella irragionevole durezza di ritenersi autosufficiente. Occorre coraggio per “andare a trovare un ammalato” dice il Papa. Il coraggio del realismo.

 

Il malato è la carne viva di Cristo.

Ma il Papa non si ferma a questo e sottolinea un altro aspetto: la malattia è un mistero. Una affermazione non scontata, che lui rende subito evidente ai nostri occhi richiamando volti e occasioni che tutti noi abbiamo certamente vissuto: un uomo, una donna, un bambino malati, che non possono svolgere il compito di cambiare il mondo, un “fallimento umano, la malattia per tutta la vita”. Questo richiamo al mistero della malattia si apre alla scoperta della sacralità della persona: “un uomo, una donna, un bambino ammalati, cioè crocifissi lì nella loro malattia: sono la carne viva di Cristo”. Il Papa ci invita a fare ora, insieme a lui, questa scoperta e ci porta subito al cuore della realtà che viviamo oggi in ambito assistenziale con un invito che vale in analogia per ogni altra attività.

 

Ciò che è umano non si sostiene spontaneamente.

Guardare all’ammalato (ma anche all’alunno, all’utente) come “persona” non è solo una questione di gentilezza. è la condizione per un adeguato approccio professionale. Oggi si è addirittura arrivati a teorizzare ciò nella letteratura scientifica internazionale coniando il termine che definisce la prospettiva per una professione sanitaria di qualità: “personalized medicine”. Le maggiori autorità internazionali indicano questa come la strada da percorrere per un approccio assistenziale efficiente ed efficace. Ma questo approccio, uno sguardo all’altro come “persona”, nella sua interezza, è esigente, richiede impegno, tensione. Oggi fronteggiamo invece una sfida senza precedenti: la tentazione degli operatori sanitari di rinunciare alla loro tradizionale dedizione verso il benessere e l’interesse dei pazienti. Una profonda insoddisfazione minaccia la qualità del lavoro e non solo in ambito assistenziale, pensiamo alla educazione, ai lavori amministrativi e così via.
Infatti, è vero che l’attenzione all’altro è condizione di un adeguato approccio professionale, ma questa attenzione non si sostiene spontaneamente. Questo aspetto va chiarito con decisione, per evitare un equivoco che è alla radice della insoddisfazione che sperimentiamo nei luoghi di lavoro. Guardare l’altro (e se stessi) come “persona”, nella interezza della persona, corrisponde alla nostra aspettativa e rende efficace il nostro gesto professionale, ma non si sostiene “automaticamente”. Occorre riconoscere che la nostra professione (così come la nostra persona), se si chiude, non ha in sé le potenzialità per farcela. E non è un “di meno”, anzi: accorgersi che i vari aspetti della realtà umana non sono autosufficienti è il riconoscimento della ricchezza della realtà, anche professionale. Ma da dove nasce questa chiusura?

 

Una autosufficienza che soffoca le energie.

La cultura tecnico – scientifica nella quale siamo immersi pretende di avere l’esclusiva della ragionevolezza e relega nell’ambito della “soggettività” tutto ciò che ha a che fare con la sacralità della persona e della vita, evidenze pienamente ragionevoli anche se non dimostrabili con il metodo scientifico (2). Queste evidenze costituiscono l’orizzonte nel quale la nostra vita e il nostro lavoro si pongono. Un orizzonte oggettivo e quindi impegnativo, il cui venir meno toglie ragionevolezza ad ogni considerazione “fraterna” verso l’altro. Questa limitazione della ragione è alla radice della pretesa di autosufficienza dei nostri ambiti professionali e riduce il lavoro ad una dimensione meccanica, autoreferenziale, inadeguata.

 

Aprirsi.

Quale è il percorso che può restituire quella attenzione all’altro che tutti auspicano? Il Papa lo indica con chiarezza impressionante: “Si può avvicinare una malattia soltanto in spirito di fede. Possiamo avvicinarci bene a un uomo, a una donna, a un bambino, a una bambina, ammalati, soltanto se guardiamo a Colui che ha portato su di sé tutte le nostre malattie. L’unica spiegazione è in Cristo Crocifisso”.
Possiamo lavorare “bene” solo se guardiamo a Cristo. Riecheggiano in questa affermazione le appassionate parole di Giovanni Paolo II “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo. Alla sua salvatrice potestà aprite … i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!“ (3). Non è una pretesa, è l’invito realistico a spezzare l’autoreferenzialità. Apriamo feritoie nel bunker dei nostri ambiti professionali, apriamo le porte alle risorse della realtà, a quella risorsa essenziale che è l’esperienza cristiana. Così facendo scopriamo che l’esperienza cristiana rende intimamente ragionevole e tendenzialmente permanente quello sguardo fraterno cui tutti aspirano. Tutti invocano tale atteggiamento nei rapporti, infatti uno sguardo fraterno tra operatori, colleghi, pazienti, è vero perché corrisponde alla esigenza della persona, ma lo sosteniamo a fatica e senza gioia. L’incontro cristiano rende tale sguardo un “giudizio” fondato su una esperienza e sulla evidenza di una ragionevolezza, strappandolo alla volubilità di un “sentimento” o di una generosità episodica e spesso espressione solo di un desiderio di affermazione individuale.

Il contributo della esperienza cristiana alle professioni non è un’idea, né una acquisizione culturale, ma è un fatto, un legame educativo. Potremmo dire che tale contributo non affonda quindi le radici innanzitutto in una dimensione etica, bensì in una scoperta “estetica” ossia nella scoperta di una compagnia umanamente attraente e carica di ragioni, non solo quindi in un riferimento storico, ma nel fascino concreto di un incontro oggi.

 

Legami che fanno fiorire la vita.

Il Papa chiarisce ulteriormente: possiamo avvicinare un ammalato “soltanto se ci abituiamo a guardare il Cristo Crocifisso”. Non si tratta di un fatto intellettuale, ma, come ama dire Papa Francesco, di un “processo” (4). Occorre “abituarsi” a guardare a Cristo Crocifisso.
Questo è un importante passaggio culturale che ha conseguenze operative: occorre riallacciare i legami con l’esperienza cristiana nella vita e nel lavoro.
L’invito è innanzitutto a riallacciare consapevolmente tali legami nella propria vita, legandosi organicamente alla compagnia che nella esperienza cristiana si genera. Sia la parrocchia, sia una associazione o un movimento, è questo legame che costituisce il terreno che fa fiorire il seme della nostra persona.
L’altra necessità è riallacciare i legami con l’esperienza cristiana nell’ambito lavorativo. Da quanto abbiamo discusso, infatti, possiamo affermare che il contributo cruciale che va dato alle professioni per superare l’attuale blindatura è aprire alle risorse della vita e in particolare rendere presente negli ambienti lavorativi l’esperienza cristiana, per il suo intrinseco e specifico valore. Rendere presente l’esperienza cristiana non vuol dire proporre una idea, ma rendere possibile l’incontro e il legame educativo con la compagnia umana che tale esperienza genera.

 

Un esempio di metodo.
Tanti sono i punti su cui fare leva per esprimere una presenza e far rifiorire l’umano, ma certamente uno dei principali è l’ambito formativo, utilizzando gli spazi offerti dall’ordinamento didattico o dalle occasioni di formazione professionale.
Come modesto esempio possiamo citare il corso “Il contributo della esperienza cristiana alle professioni sanitarie” che dal 2000 è tenuto agli studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli nell’ambito di una Attività Didattica Elettiva. Da allora, in collaborazione con un gruppo di Colleghi anche di altre aree professionali, il corso è stato tenuto ogni anno agli studenti di Medicina e dal 2008 anche agli studenti del Corso di Laurea triennale in Infermieristica dello stesso Ateneo. Dal 2011 è stato inserito nel Programma Formativo di alcune Aziende Ospedaliere napoletane come parte dell’offerta formativa per i dipendenti. Non lezioni di etica, ma occasioni per confrontarsi e condividere esperienze di lavoro con colleghi impegnati ad aprire, a lasciar giudicare la realtà della loro professione dai legami educativi che sostengono la loro esperienza umana.
In particolare, nelle lezioni si documenta come l’esperienza cristiana interagisca fin nel dettaglio tecnico con il nostro ambito professionale e con il lavoro in genere. Ci si aiuta a riconoscere che questo atteggiamento di caritas è sostanzialmente all’origine di ciò che di più buono e di più umano godiamo oggi. Dobbiamo profondamente riscoprire tale evidenza. Gli ospedali nei quali lavoriamo e siamo curati, le scuole e le università nelle quali ci formiamo e accresciamo il sapere, la stessa consapevolezza dei diritti umani che è maturata in parte dell’umanità (ed è auspicata in gran parte della restante), non sono eventi spontanei e non si mantengono spontaneamente, ma hanno una origine e necessitano di un atteggiamento che ne generi la sostenibilità e non li faccia andare alla “deriva”. È necessario quindi scuotersi da un certo torpore e riscoprire l’evidenza che tali eventi non hanno alcuna garanzia di stabilità “automatica”.
“La barbarie non è un mito pittoresco o un ricordo semidimenticato di un lontano passato storico, bensì una spaventosa realtà latente che può erompere con forza distruggitrice ogniqualvolta l’autorità morale di una civiltà diviene inoperante”.(5)

Il corso viene poi seguito dalla proposta di “laboratori didattici” che si tengono con una cadenza mensile in ambito lavorativo. Scopo del laboratorio è duplice. Innanzitutto “imparare”, ossia approfondire i temi del corso nel paragone con la quotidianità del proprio lavoro. Poi “esprimere” ciò di cui stiamo trattando: la compagnia cristiana che in tale contesto si esprime ha un valore strutturale, è il nostro contributo originale all’ambiente in cui siamo perché per il suo stesso esserci rende presente la risposta alla nostra attesa di compimento. Questi ambiti possono dunque essere una delle modalità per esprimere questa presenza, il luogo dove far rifluire la passione, l’esperienza, i giudizi, le proposte, dell’enorme numero di persone che di fatto vivono il lavoro nel contesto di una esperienza di fede e che spesso costituiscono lo zoccolo duro di lavoratori sui quali si sostiene efficacia ed efficienza della gran parte degli ambiti lavorativi. Luogo anche di supporto reciproco nelle difficoltà quotidiane che il lavoro comporta, per godere della bellezza della esperienza che vive il compagno al mio fianco, spesso misconosciuta. Occasione di incontro e di dialogo. Stimolo per una operatività.
I laboratori possono essere l’ambito dove rifluisce il contributo delle varie sensibilità comunitarie rispetto ai temi della professione. Un luogo dove ci si riconosce tra fratelli e dove chi non la conosce può scoprire (o riscoprire) la sorprendente bellezza e corrispondenza all’umano della esperienza cristiana, un incontro che può preludere ad una nuova o rinnovata adesione alla vita comunitaria.
Il corso e i laboratori possono quindi divenire occasione di educazione permanente. Il legame educativo che si vive nelle diverse comunità di appartenenza si riversa nell’ambiente come energia capace di generare vincoli di amicizia e di giudicare il proprio lavoro.
È un appello ad una vera laicità che non lede la libertà di nessuno, anzi rappresenta il desiderio di mettere a disposizione di tutti, tutta la ricchezza di energie disponibili. La strada di aprire, anzi spalancare le porte e di “annunciare Cristo alle culture professionali” (6) è la pista che ci consente di uscire da quella debolezza di “coscienza” e di “perseveranza” alla quale fa riferimento il Papa nella conclusione del suo discorso.

 

Un paradigma per tutta la società.
Questa posizione rappresenta un importante paradigma per tutti gli ambienti lavorativi e per una società multiculturale. In tale contesto, come abbiamo discusso, l’interazione sociale non può basarsi sulla indifferenza, ma sul dialogo, “disponibili ad apprendere, non senza autolimitazione” (8). Un atteggiamento costruttivo, quindi, è caratterizzato dalla comunicazione, dalla narrazione di ciò che si è, con i fatti, tramite l’incontro. Si può usare, per descrivere questo approccio, il termine “testimonianza”.

 

Galantomismo e logica della testimonianza.
Questa iniziativa, questa logica, è il contrario del “galantomismo” nel quale facilmente cadiamo quando ricacciamo nel soggettivo l’origine del nostro agire e ne sminuiamo le implicazioni. Il galantomismo non fa altro che richiamare a me stesso, mentre la vera novità, un impeto reale di energia, può venire solo dal riconoscere e dall’aprire le porte ad una presenza più grande di sé, la scoperta di un contesto oggettivo e impegnativo, risposta alla attesa di tutti.

In conclusione vorremmo quindi lanciare un invito che ci sembra una occasione per non far cadere nel vuoto le parole del Papa. Non restiamo solo un “faro”. Diventiamo anche una “fiaccola” che entra nel quotidiano del lavoro e della vita delle persone. Entriamo negli ambienti lavorativi innanzitutto riconoscendoci reciprocamente e quindi lasciandoci incontrare. La proposta del corso e dei laboratori può essere una occasione per “abituarci” a riconoscere e ad “avvicinarsi a Cristo che soffre”. Incontriamoci, coltiviamo e comunichiamo ciò che amiamo.

*Docenti di Reumatologia -
Responsabili del Corso “Il contributo della esperienza cristiana alle professioni sanitarie”

 

Referenze
1) Papa Francesco.Incontro con gli ammalati nella Basilica del Gesù Nuovo. Napoli 21 marzo 2015
2) Benedetto XVI. Discorso al Reichstag. Berlino 22 settembre 2011
3) Giovanni Paolo II. Omelia del 22 ottobre 1978 per l’inizio del Pontificato
4) Papa Francesco. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2014), 223
5) Dawson C. Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale, Bur, Milano1997, pp.20-22, 70-71, 32
6) Papa Francesco. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2014), 102, 132
7) SE Card. Crescenzio Sepe. Lettera Pastorale 25 giugno 2013. Canta e cammina, pp.17-18
8) SE Card. Angelo Scola. Una nuova laicità. Marsilio Editori, Venezia 2007, pp.15-25, 9, 62-63