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Tutto quanto aveva per vivere

ac manifesto 2017 18

Quattro parole chiave per ripartire: Giustizia, Carità, Verità e Pace.

di Francesco Cananzi*

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Giustizia, Carità, Verità e Pace: sono effettivamente quattro Parole chiave per vincere la crisi.

La crisi esiste, è realtà, è una crisi economica, sociale, politica, ma anche etica. E pur essendo così vera, d’altro canto non può né deve essere ragione di disperazione.

Un collega mi ha da poco regalato un libro che dice della crisi del diritto. Il libro risale al 1953, se non ricordo male. E bene, leggendo alcune considerazioni contenute in quel testo - mi faceva notare ed io condividevo - non emergeva alcuna differenza rispetto alla situazione attuale del diritto. Come nel diritto anche nell’economia e nella politica, nella vita, il tempo della crisi si ripete. Ciò non vuol dire che sia meno vero, e tuttavia non siamo i primi né saremo gli ultimi a vivere tempi di crisi. Non possiamo scoraggiarci quindi né farci prendere dalla depressione. Non fingiamo che non vi sia, ma non arrendiamoci.

 

Credo che compito di tutti sia oggi dire parole e fare azioni di Speranza. Cogliere, saper leggere e narrare i segni della Speranza che pure ci sono. Come anche occorre dire di Giustizia e “fare cose” per la Giustizia, con l’atteggiamento delle beatitudini ed anche con il desiderio delle beatitudini. “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (Mt). La fame e la sete non sono concetti teorici, ma sono fatti concreti. Fame e sete dicono di un bisogno impellente, viscerale, vitale, che significa l’inquietudine di chi ha fame e sete. E’ quella fame e quella sete che si legge negli sguardi e nei volti degli immigrati che, disidratati ed affamati, infreddoliti, scendono dai gommoni e dalle carcasse del mare, salvi per miracolo e consapevoli di aver scampato la morte. E’ a proposito di quella fame e di quella sete che dobbiamo chiederci: desideriamo con tale intensità la Giustizia?

 

E’ difficile definire la Giustizia e l’idea di Giustizia.
Paul Ricoeur, che si è a lungo interrogato sulla Giustizia, sulla sua definizione e sul suo senso, dice che l’idea di Giustizia per ciascuno scaturisce dall’esperienza del Giusto e dell’Ingiusto che si fa fin dalla più tenera età. I ricordi dell’infanzia e quella esperienza ci aiutano a riconoscere e a ricordare l’indignazione per l’ingiustizia subita e l’aspirazione alla giustizia. I bambini e gli adolescenti ci insegnano ad evidenziare l’ingiusto, con una perspicacia che a volte è stupefacente se misurata all’ampiezza delle nostre esitazioni da adulti. Quella esperienza del giusto e dell’ingiusto acquisita nell’infanzia diventa allora il metro di giudizio per la vita. Da qui l’urgenza educativa, la cura educativa nei confronti dei ragazzi e degli adolescenti nelle periferie della nostra città . Periferie reali e concrete, dove il degrado incide sulla qualità della vita dei minori e delle loro famiglie; ma anche periferie esistenziali, nei quartieri << bene >> della città, dove si annidano solitudine e isolamento e deficit di cura familiare. Le periferie non hanno barriere territoriali.

 

La giustizia da virtù perfetta, come la definiva Aristotele, sembra oggi una non virtù, o meglio una virtù espulsa, << rimasta fuori casa >>, come diceva il Cardinal Martini, perché non appartiene più al mondo interiore.
Se ne parla solo per la sua dimensione sociale, che è assolutamente rilevante ma non esaustiva e soprattutto non basta a se stessa se è senza radici. I due profili, quello pubblico e quello privato, vanno di pari passo. Non vi sarà giustizia sociale se la giustizia non tornerà anche alla casa interiore. Non vi sarà autentico senso di giustizia interiore se questo non saprà incidere sulla giustizia sociale. Ecco un compito educativo e formativo per l’Ac. Una giustizia che sia solo rivendicazione sociale, esterna, non basta: occorre che sia alimentata dal motore interiore, dalla fame e dalla sete e dall’agire giusto di ciascuno.
Da qui la necessità di recuperare un’etica personale e collettiva, che sappia dare risposte ai temi della corruzione, interiore prima ancora che giudiziaria, con una visione globale, con il senso di appartenenza alla comunità, che rende tutti e ciascuno responsabile del proprio e dell’altrui fare.
Alla << furbizia >>, che sembra connotare l’agire nel paese, occorre opporre l’etica della giustizia, che è etica della corresponsabilità, prima di tutto consapevole che ogni azione produce un effetto non solo per chi la compie, ma per l’intera comunità. Se invece si affida tutto alla legge, ai divieti ed alle pene, si rinuncia ad un ruolo attivo e solidale. L’etica supera la legge. L’etica, che è in grado di autoregolare i comportamenti, se assente induce il legislatore a disciplinare con legge ogni profilo della vita umana, intima, personale, economica e sociale, con il rischio concreto del cd. suicidio del diritto.
La giustizia supera la legalità e sa riconoscere come l’esercizio del diritto, se anche formalmente assicurato, possa moralmente integrare un abuso perché ingiusto. La legalità è un valore, ma rimettere la giustizia esclusivamente alla legalità è un errore.

 

D’altro canto anche il nostro sistema istituzionale rimette alla Corte costituzionale la verifica della giustizia delle leggi, della conformità ai principi di eguaglianza sostanziale e di solidarietà sociale, fissati nella Costituzione.
Nella Carta Fondamentale, come ci ha ricordato nel suo discorso di insediamento il Presidente Mattarella, vi è un catalogo di diritti, alla salute, alla casa, al lavoro, all’istruzione, e così via, diritti che hanno un minimo comune denominatore: la centralità della persona e la sua dignità. Non c’è giustizia se al centro non c’è la persona e la sua dignità. Compito del legislatore, dell’amministrazione, ma anche della magistratura, è quello di riconoscere i nuovi diritti ed anche i nuovi doveri. Ma soprattutto compito della magistratura è quello di interpretare il diritto, adeguarlo alla realtà che muta velocemente, più di quanto il legislatore riesca a percepire, dando risposte alla concreta attesa di giustizia del cittadino. La storia del diritto ci insegna come proprio l’evoluzione della giurisprudenza abbia condotto al riconoscimento di nuovi diritti e doveri, fornendo il supporto giuridico al progresso del Paese. Da qui la necessità che il giudice sia sottoposto solo alla legge, sia autonomo ed indipendente, perché deve interpretare la legge, non ideologicamente, ma secondo i canoni tecnici dell’interpretazione, nello spirito dei principi costituzionali di eguaglianza, solidarietà, centralità della persona e della sua dignità. Un’etica pubblica per questo tempo è un’etica che metta al centro oltre ai diritti anche i doveri, che ne sono la faccia speculare.

 

Anche delle istituzioni occorre dire della giustizia. Le istituzioni sono giuste se hanno – scriveva Ricoeur – una << giusta distanza >> . Se il rapporto interpersonale (io-tu) si gioca sulla autenticità dell’amicizia, il rapporto fra me ed il terzo, il ciascuno che non conosco, si gioca sulla autenticità della giustizia. Anche il ciascuno ha una sua dignità, pur se manca di una relazione diretta con me. L’istituzione ha il compito di mediare fra me e il ciascuno, mantenendo la giusta distanza, che in concreto si esprime nell’imparzialità della pubblica amministrazione e nella terzietà del giudice, condizioni per l’eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. Giusta distanza non vuol dire lontananza né assenza: le istituzioni, proprio nelle periferie, di qualunque genere, devono esserci ed essere il volto amico dello Stato, non solo quello tardivo della repressione. Questo è l’in sé dello stato sociale di diritto ed ha una forte valenza educativa per il riconoscimento di istituzioni giuste, perché al servizio del bene comune, che è anche e ancor più il bene dei più deboli e poveri, vecchi e nuovi.

 

Misericordia e Verità si incontreranno, Giustizia e Pace si baceranno: il salmista così prefigura i tempi che saranno, che però hanno inizio qui ed ora. La misericordia che si concilia con la giustizia, davvero un mistero che interroga molto chi per mestiere è chiamato a giudicare, in quel misterioso intreccio fra giustizia umana e grazia divina, di cui solo Dio ha la chiave (così Italo Mancini). La giustizia che cerca la verità. La giustizia che è fondamento della pace. Spetta a noi renderci collaboratori di queste azioni, qui ed ora, e poiché non c’è pace senza giustizia, occorre agire per la giustizia, da subito.

 

*magistrato, componente del Consiglio Superiore della Magistratura