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Tutto quanto aveva per vivere

ac manifesto 2017 18

Cronache di frontiere...

ANSA620909 Articolo

 

di Francesco Crinelli*

Mazara del Vallo, 50.000 abitanti, è il maggiore porto peschereccio del Mar Mediterraneo, affacciato sul Canale di Sicilia, braccio di mare tristemente famoso per le ripetute tragedie dell’immigrazione che in esso si sono svolte.

Mazara è terra di frontiera in senso stretto, è luogo di arrivo per coloro che giungono dal Nordafrica in cerca di fortuna, di lavoro, di pace; è tuttavia anche luogo di partenza di tanti giovani che scelgono di andare a studiare o a lavorare al Nord o all’estero, e che spesso non fanno più ritorno perché qui il lavoro per molti è una chimera.

Quello che avviene a Mazara ogni giorno è una storia di quotidiana integrazione, di convivenza impegnativa, di continua ricerca di un sentire comune sul quale costruire le basi di una comunità multietnica.

I primi tunisini si sono stabiliti a Mazara, e in misura minore negli altri paesi della nostra Diocesi, a partire dagli anni ’60 dello scorso secolo, seguiti dai marocchini, quindi negli anni ’90 da molti slavi in fuga dalla guerra nei Balcani e oggi dagli ultimi arrivati, i rumeni.

Il risultato è una città multietnica e multicolore, in cui oltre il 20% degli abitanti non è di origine italiana, né tantomeno di religione cattolica.

I pescherecci, i vicoli della Casbah, i vigneti, i banchi delle scuole: sono questi i luoghi in cui oggi la vita diventa profezia, in cui si vive fianco a fianco, fratelli originari di paesi diversi, ma accomunati dalle vicende umane.

In questa realtà si cerca quotidianamente di portare avanti un percorso di integrazione fatto di lavoro, istruzione, cooperazione: è il frutto della consapevolezza dell’importanza di fare insieme le cose, di qualsiasi cosa si tratti.

Se la fede non è condivisa, allora è la vita a dettare le strade da percorrere insieme. Solo così si possono spiegare il dolore condiviso e lo sgomento dopo l’attentato di Tunisi al Museo del Bardo: le numerose iniziative organizzate in quei giorni difficili sono la testimonianza di un cammino percorso negli anni che piano piano comincia a dare i suoi frutti.

Quello che sta nascendo è veramente un nuovo umanesimo: il nostro Vescovo, Mons. Mogavero, lo ha definito “umanesimo mediterraneo”.

Io lo definirei un umanesimo “di terra e di mare”.

Umanesimo di terra perché il legame con la terra è qualcosa che tutti noi, qualunque sia la nostra provenienza, ci portiamo dentro: in questo cammino condiviso è bello vedere come questo lembo di Sicilia non sia più solo la nostra terra, ma sia diventata la terra di molti altri nostri fratelli che qui hanno scelto di vivere.

Umanesimo di mare perché questo nostro mare è mare che dà vita e che causa morte, che divide e che unisce, che attira e che spaventa; nella nostra percezione finita è la cosa più infinita che riusciamo ad immaginare.

E’ impossibile elencare e descrivere le innumerevoli iniziative che qui si portano avanti: le attività della Fondazione San Vito Onlus, della Caritas, i percorsi di inclusione sociale, i progetti finanziati dall’Unione Europea nelle scuole, la creazione di spazi in cui le comunità di immigrati possano custodire e nutrire la loro cultura e le loro tradizioni.

La nostra Chiesa diocesana ha scelto di essere sempre in prima linea, con una efficace lettura della realtà e con risultati spesso migliori rispetto alle istituzioni, grazie alla rete di relazioni pazientemente costruita nel corso di questi decenni ed alla capacità di mettere in campo in tempi brevi risposte efficaci alle effettive istanze del territorio.

E’ una scelta obbligata e condivisibile: si tratta infatti di scegliere se vivere il nostro tempo da viandanti attenti o da passeggeri distratti.

Si tratta di riconoscere, come ha detto Papa Francesco a Scampia, che «Dobbiamo far sentire ai nostri fratelli e sorelle migranti che sono cittadini, che sono come noi, figli di Dio, che sono migranti come noi». E se è vero che anche noi siamo migranti, allora sorge la necessità di creare percorsi di riflessione e di discernimento, partendo dall’analisi della realtà.

Facendo un esempio concreto, ci potremmo porre la seguente domanda: in una realtà già in partenza tanto complessa, come vivere la “condizione di emergenza” dettata dai continui sbarchi di fratelli africani sulle nostre coste? E ancora, come gestire l’accoglienza di queste persone che, nella maggior parte dei casi, non hanno alcun interesse a rimanere nel nostro territorio? Quale può essere l’impatto di questa presenza sulle comunità di immigrati già radicate nelle nostre città?

Questi e molti altri sono gli interrogativi legati alla situazione contingente, che si vanno a sommare alle questioni della quotidianità di una realtà tutto sommato piccola che si è trovata ad essere laboratorio di umanità e culla di relazioni.

In conclusione, se dalla realtà di Mazara del Vallo, con i suoi pregi e i suoi difetti, volessimo estrapolare un paradigma da riproporre in altri contesti, potremmo riassumerlo in tre punti: la condivisione dei gesti della quotidianità, al lavoro, a scuola, nelle piazze; lo scambio di idee sulle piccole e grandi questioni del nostro tempo; la valorizzazione delle differenze nella consapevolezza che queste sono una ricchezza di tutti.

E allora buon viaggio, cari fratelli migranti figli di Dio! Che il viaggio sia il mezzo e non il fine del nostro essere Chiesa e del nostro essere AC!

*presidente Ac – Diocesi di Mazara del Vallo