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Tutto quanto aveva per vivere

ac manifesto 2017 18

Tutti siamo migranti

   

di don Francesco Soddu*soddu

Dopo l’ennesima tragedia del mare nel canale di Sicilia, esortando la comunità internazionale ad agire,  papa Francesco ha ribadito che «Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre».

Un concetto che il Papa ha espresso più volte, come ad es. nel discorso tenuto a Scampia quando ha sottolineato: “Dobbiamo far sentire ai nostri fratelli e sorelle migranti che sono cittadini, che sono come noi, figli di Dio, che sono migranti come noi, perché tutti noi siamo migranti verso un’altra patria”.

Lui per primo, fratello tra i fratelli, con i suoi ripetuti appelli ci invita a leggere le storie drammatiche di tanti migranti alla luce della Parola di Dio, mediante le domande di Dio ad Adamo: “dove sei?”; e a Caino: “dov’è tuo fratello?”.

Da questi interrogativi parte il senso del  rapporto dell’uomo con i suoi simili: essi sono fratelli e come tali hanno il dovere connaturale di una cura reciproca.

Dalle lacrime versate per tante tragedie scaturisce per l’umanità la possibilità di riappropriarsi del bene. Ancora una volta il Papa lancia un messaggio a tutti, a partire dagli uomini di Chiesa, affinché sappiano accogliere nel cuore quanto passa davanti ai loro sguardi.

È questo il cuore dell’intera opera della salvezza realizzata da Dio: la necessità per l’uomo di trasformare in bene tutto ciò che si raccoglie di male e di morte.

Con i suoi gesti, con le sue parole, con le sue azioni il Papa buca l’immagine contraffatta di questo tipo di società del benessere, da lui stesso definita “bolla di sapone”, dando a tutti la possibilità di guardare alle vicende umane con realismo e partecipazione, con sobrietà e col desiderio di prossimità ed accoglienza.

Ecco dunque la sfida per noi cristiani e per tutti gli uomini di buona volontà: testimoniare una via di pace e di comunione attenta alla dignità di ogni persona, di ogni popolo, di ogni cultura.

La sfida è innanzitutto educativa e culturale  e poi certo anche politica o meglio di politiche. Una sfida educativa per riqualificare la relazione in termini di alterità, dono e responsabilità. Una sfida che deve tener conto della complessità dei fenomeni globali e che, è importante, parta dal volto degli impoveriti e da attenzioni concrete nei loro confronti.

Il tempo in cui viviamo ci sollecita con forza a sottolineare la necessità di una prospettiva per una convivenza pacifica tra tutti i popoli del mondo, in cui siano poste al centro le relazioni tra gli uomini e la dignità di ogni persona che abita il pianeta. Un pianeta che abitiamo con scarso rispetto, senza curarci della sua finitezza e della responsabilità che abbiamo per chi lo abiterà dopo di noi. La complessità dei problemi in gioco, la necessità di identificare le connessioni tra i diversi aspetti del problema è riassunta proprio nella questione della pace.

Questo è un momento storico che richiede di rimettere al centro le relazioni tra gli uomini,  fondandole sul riconoscimento della dignità umana come codice assoluto, e che richiama ad una responsabilità, diretta e indiretta,  nella cura di tali relazioni con un movimento che dal micro deve allargarsi al macro. “Che bello – ha detto Papa Francesco nell’incontro dello scorso ottobre con i Movimenti popolari - quando vediamo in movimento popoli e soprattutto i loro membri più poveri e i giovani. Allora sì, si sente il vento di promessa che ravviva la speranza di un mondo migliore”. L’augurio è che questo vento, con il contributo di tutti “si trasformi in uragano di speranza”.

Una speranza che spesso sembra spegnersi davanti alla crudeltà e all’inerzia dell’uomo e davanti alle iniquità del mondo. Ma è proprio in quei momenti che  emerge l’infinita misericordia di Dio che siamo chiamati ad incarnare nella concretezza della testimonianza.

In EG, al n.25 Papa Bergoglio auspica che «le comunità avanzino nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno».

Una conversione che ci chiede di tornare alle origini, alla Chiesa descritta negli Atti.

«Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere»: quattro caratteristiche, che rappresentano le dimensioni peculiari dell’essere Chiesa di misericordia che restituisce dignità a ogni persona. E che impegna ciascuno di noi a verificare se le parole della misericordia ci coinvolgono personalmente, inducendoci a osservare e ascoltare con continuità, obbligandoci a tenere occhi aperti e udito desto, impegnandoci nella denuncia, ma anche a non cedere alla sfiducia e all’esasperazione.

*Direttore Caritas Italiana