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di Vito Gurrado



Le persone sotto la linea della povertà (936 euro al mese in due) sono sette milioni e mezzo, in pratica due milioni e mezzo di famiglie. Un dato quasi stabile, ma l’elemento nuovo è l’aumento del numero di coloro, quasi 900 mila famiglie, che vivono sulla soglia della povertà. Ed è anche cambiata la loro tipologia: non solo vecchi o persone sole, ma famiglie, persone con lavoro instabile, donne separate, giovani.

L’attenzione alla povertà – una costante nella chiesa – torna oggi a essere un punto sensibile, a partire proprio dalla “Deus Caritas est”, enciclica, anche, di forte contenuto sociale.

Al Concilio, “Gesù, la chiesa e i poveri” era il nome del gruppo animato dal cardinal Giacomo Lercaro e dai dossettiani. In molti di loro, “chiesa dei poveri” significava anche, quando non soprattutto, una chiesa che diventava essa stessa povera, ovvero si spogliava di sé e della sua tradizione, ma anche della sua cultura, per aderire a un modello ecclesiale differente. Chiesa dei poveri, altre volte, era uno schema ideologico, in cui l’enfatizzazione evangelica diventava un’adesione a uno schema sociologico e politico. La predilezione per i poveri non è un’invenzione del Concilio: Charles de Foucauld e l’Abbé Pierre avevano iniziato prima, la teologia della liberazione arrivò dopo. Per i gesuiti di padre Arrupe, per i francescani e per tantissimi altri ordini o gruppi religiosi la “scelta della povertà” ha espresso soprattutto un desiderio di ritorno alle proprie origini, un bisogno di “autenticità evangelica”, era la formula tipica, diffuso a ogni livello della chiesa. E c’era poi, più decisivo, il confronto con il mondo moderno in cui la chiesa era impegnata dal tempo della “Rerum Novarum”. Va da sé che l’epicentro di tutto questo sia stata la “Popolorum Progressio”, quella in cui Paolo VI scandisce: “I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza”.

Insomma “l’opzione preferenziale per i poveri” è sempre stata patrimonio della chiesa, la differenza è che per secoli non c’era bisogno di precisare il “come”. Mentre toccò alla fine di quegli anni proprio al cardinale Ratzinger dover precisare le cose, nella “Istruzione Libertatis conscientia” firmata nel 1986, in cui si dice che la miseria umana “ha attirato la compassione di Cristo Salvatore, che ha voluto prenderla su di sé, e identificarsi con i più piccoli tra i fratelli”, e dunque che “l’opzione preferenziale per i poveri, lungi dall’essere un segno di particolarismo o di settarismo, manifesta l’universalità della natura e della missione della chiesa”.

E' questa l'indicazione che i Vescovi italiani hanno dato alle nostre chiese, nel decennio appena concluso, con il programma "Evangelizzazione e testimonianza della carità", ed è anche la strada che tante volte le nostra comunità fanno fatica a percorrere ma è forse l'unica che ci porta a seguire Gesù che ha definito se stesso e la sua missione come colui che è stato "mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4, 18-19).


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