Da dove viene la violenza?

Archivio storico · pubblicato originariamente il 27 Gennaio 2016

“Da dove viene la violenza? Perché mai si verifica cosi spesso quell’adagio che l’uomo è davvero lupo per l’altro uomo?”
Antonio Bello; Dissipare l’ombra di Caino – Appunti sulla nonviolenza

La domanda di Don Tonino sorge spontanea ogni volta che qualcuno ci provoca dolore, che sia fisico o mentale.

Ed è un quesito che, sicuramente, si fa più urgente man mano che ci si avvicina alla Giornata della Memoria. Infatti, come ogni anno il 27 Gennaio – che rimanda a quel 27 gennaio del 1945, quando fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz – vengono commemorate le vittime dell’Olocausto, il genocidio perpetrato dalla Germania nazista nei confronti di Ebrei ed altre minoranze (etniche e religiose) durante la seconda guerra mondiale.

Non è da escludere che ormai in molti si saranno stufati di leggere o sentire le ennesime cronistorie riguardanti leggi razziali e campi di concentramento (con dettagliate descrizioni di esperimenti, torture e violenze di vario genere annesse) ma purtroppo nessuno scappa dalla programmazione televisiva che annualmente ripropone film e dibattiti riguardo l’argomento, né pare che il mondo abbia intenzione di smettere di produrre materiale sull’argomento, fra film, libri e serie tv.  
Ma perché continuare a ricordare? Perché dovrebbe interessarci qualcosa che a stento i nostri nonni ricordano? Perché farlo ogni anno?

Ci diciamo che bisogna farlo per evitare che possa ripetersi qualcosa di simile nella storia dell’umanità, come se l’inclinazione al male non fosse una componente quotidiana nella vita degli uomini. E allora?

Certo, si potrebbe rimandare tutto al racconto della Genesi di Caino e Abele e lavarcene le mani dicendo “L’inclinazione al male è sempre stata insita nell’uomo”. Sicuramente questo di per sé non basta a far si che una strage come quella dell’Olocausto non si ripeti. Lo stesso don Tonino scriveva: “Noi l’ombra di Caino non dobbiamo scrollarcela di dosso, ma dobbiamo accoglierla. […] Dobbiamo accogliere l’ombra di Caino e dissipare, semmai, lo spirito di Caino che è in noi”. Per questo è importante ricordare.
È vitale per la società ricordare come il delirio di pochi (ovvero gli uomini che hanno fatto si che l’ideologia nazista dilagasse, appoggiandola o non combattendola) possa comprometterla a tal punto da generare un orribile delitto contro l’umanità.

È necessario fare nostra una pagina di storia che non abbiamo vissuto ma che ci può e ci deve aiutare a ricordare, ogni giorno, cosa origina la violenza.

La violenza si genera quando non si accoglie la diversità.

Caino uccide Abele perché geloso di lui. Da dove nasce la sua gelosia? Dalle differenze. Caino è un contadino, mentre Abele un pastore; differente è la loro cultura e differenti sono le offerte che porgono al Signore. Dio preferisce l’offerta di Abele, il minore. Caino non riesce ad accettare le differenze, ai suoi occhi appaiono addirittura come discriminazioni da parte di Dio. Cova rancore nei confronti del fratello e decide di ucciderlo. Il primo omicidio della storia dell’umanità è un fratricidio. Il primo omicidio nella storia dell’umanità è causato dal non aver saputo accogliere il proprio fratello. “Ogni omicidio è un fratricidio. […] Quando non accolgo l’altro compio sempre un omicidio.”.

È questo il monito della Giornata della Memoria: non serve tanto a ricordarci l’evento in sé, ma piuttosto ci spinge ad interrogarci su cosa abbia potuto spingere gli uomini alla guerra e non alla pace.
La pace è “convivialità di differenze”, né più né meno.
Quando lo spirito di Caino che è in noi ci annebbia la vista, ciò accade perché abbiamo voluto chiudere gli occhi dinnanzi al diverso.

L’accoglienza della differenza è l’esercizio quotidiano, l’unico, che possiamo esercitare per far si che la violenza non ci consumi l’anima. Abbiamo bisogno di ricordare che chiunque ci circondi è un nostro fratello. Dobbiamo ricordare che il Signore ha fatto si che ci fossero differenti culture, differenti culti. Dobbiamo tenere a mente che anche il mondo in cui ci chiama a sé – e quindi il modo in cui Egli ci accetta – è diverso. Tutto ciò non è semplice. La società è abituata a dividersi in gruppi, a darsi etichette. Eppure siamo tutti figli dello stesso Padre. È questo che dobbiamo tenere a mente con forza, per far si che la morte di milioni di persone ci mandi in subbuglio l’anima, per far si che sia un insegnamento sempre vivo, non solo il 27 Gennaio.

L’équipe diocesana del MSAC